Sindrome da rientro: 4 step per gestirla

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Il rientro dalle vacanze, contrariamente a ciò che ci si aspetta, può rivelarsi un momento di forte stress. Dopo una pausa o un viaggio, il ritorno al “solito tran tran” non è tutto rose e fiori.
La sospensione degli impegni abituali e il distanziamento dalle preoccupazioni che li permeano offrono la possibilità di vivere in una sorta di bolla in cui risulta più semplice godersi il qui e ora perché i problemi sono (anche fisicamente) lontani e perciò, in prospettiva, appaiono piccoli e non così degni di assorbire sempre tutta la nostra attenzione.

L’aspettativa alla fine di una vacanza è spesso quella di portare a casa un po’ di leggerezza, di fare tesoro dell’energia recuperata.

La verità è che energia e vibrazioni positive scompaiono nel giro di poco, di troppo poco tempo e la routine, gli impegni, le preoccupazioni e gli obblighi ci inghiottono.

Il risultato è che ci sentiamo frustrati per il rientro e perché non siamo stati capaci di cambiare le nostre abitudini. Non siamo riusciti a conservare le risorse recuperate durante la pausa e ci sentiamo stanchi e stressati come prima di partire!

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L’elogio della routine

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Morning routine, beauty routine, daily routine.

Il web è pieno di suggerimenti su come impostare routine efficaci ed efficienti per iniziare bene la giornata, prendersi cura di sé, fare sport, dedicarsi alla pulizia della casa, riposare al meglio, prosperare economicamente e chi più ne ha più ne metta.

Ma che cosa ci dice la scienza al riguardo? Le routine sono utili? E se sì, perché?

Quando si parla di miglioramento della qualità di vita, gran parte delle ricerche si focalizza su come, in situazioni di sofferenza e disagio, l’instaurazione e il mantenimento di nuove abitudini possa essere d’aiuto.
Studi hanno dimostrato come i ritmi biologici siano influenzati da quelli sociali. Costruirsi una routine che implichi la ripetizione giornaliera di alcune azioni o che identifichi in maniera chiara le fasi della giornata da dedicare ad attività specifiche, tenendo conto anche delle ore di luce/buio, permette di regolare il proprio ritmo interiore. Di conseguenza si riposerà meglio e durante la veglia si avranno risorse adeguate per regolare le emozioni e coltivare presenza e intenzionalità, con ricadute positive sulla produttività.
Si è visto inoltre come con l’età aumenti anche la stabilità delle routine quotidiane, poiché esse rappresentano verosimilmente un importante fattore di adattamento al cambiamento fisiologico dei ritmi biologici e circadiani.

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Se sei felice

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e tu lo sai…
Si dice spesso che la felicità risieda nelle piccole cose. Se su questo punto tutti, o quasi, conveniamo, ciò che spesso ci risulta più difficile è notarla, la felicità delle piccole cose. Kurt Vonnegut ripeteva spesso, nei discorsi rivolti agli studenti, il seguente monito: “Quando siete felici, fateci caso” (trad. it. Minimum fax, 2015). La felicità implica dunque una quota di consapevolezza che, come sappiamo, va allenata.

e mostrarmelo vorrai…
Raccontami che cosa ti fa stare bene! Abbiamo la tendenza a tacere sulle cose belle che ci capitano durante la giornata. A censurarci sono: modestia, desiderio di non ostentare benessere con chi magari sta attraversando un momento difficile, timore di suscitare invidie, etc. Gli studi suggeriscono invece che parlare della propria felicità instauri un circolo virtuoso che la alimenta.

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La posa del supereroe

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Nel regno animale, gli individui con un ruolo dominante all’interno del proprio gruppo assumono posture aperte, con cui tendono cioè a occupare molto spazio, ad esempio allargando braccia e gambe. Al contrario, esemplari di rango inferiore mostrano posture di chiusura, stanno accovacciati o ripiegati su loro stessi.

Qualcosa di molto simile capita anche tra gli uomini: persone in posizioni di potere, o con una naturale attitudine a esso, mantengono posture di potere. Stanno seduti con le gambe larghe e il petto in fuori o, se in piedi, assumono la cosiddetta posa del supereroe: gambe divaricate e piedi ben piantati a terra, mani sui fianchi e spalle dritte, come i famosi protagonisti Marvel. In risposta a questi individui, persone maggiormente insicure o introverse, che non amano prendere il centro della scena, si fanno “piccole piccole”, con spalle ricurve e braccia e gambe incrociate.

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Le mentine

Le mentine è (sono?) un’idea, un progetto, una speranza.

Vado scrivendo e dicendo in lungo e in largo che mi piacerebbe che la psicologia venisse vista come qualcosa cui attingere per gestire la sofferenza ma anche e soprattutto come un mezzo per incrementare il benessere (e quindi gestire più agevolmente la sofferenza). E le pillole di benessere mentale, Le mentine insomma, puntano a questo. Si tratta di contenuti pensati per dare suggerimenti pratici a chi desidera coltivare la propria salute mentale.

Dopotutto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci dice che per salute si intende una condizione di totale benessere fisico, mentale e sociale e non solo la mera assenza di malattie o infermità.

Ci provo.

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Il diario della gratitudine

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Tenere un diario in cui segnare quotidianamente ciò per cui siamo grati incrementa la consapevolezza, la resilienza e, in ultima analisi, il benessere psicologico.

Ecco, questo è ciò di cui voglio convincervi e non perché lo dico io, ma perché aumentano gli studi a dimostrazione dell’efficacia di questo strumento in varie popolazioni cliniche (individui a rischio suicidario, pazienti oncologici, etc.). E se funziona per persone che stanno affrontando sfide così impegnative, perché non credere che possa servire anche per fronteggiare i nostri piccoli e grandi drammi quotidiani, rendendoci pronti in caso di ribaltamenti improvvisi della nostra fortuna.

Questa riflessione di per sé dovrebbe bastare per indurci a correre in cartoleria a comprare un quaderno carino. Ma nei fatti non basta. E per due ragioni. La prima è che siamo culturalmente abituati a prenderci cura della nostra salute mentale solo quando diventa un problema. La seconda è che metterci a scrivere le cose belle che ci accadono può farci sentire stupidi, ché ci sono cose più serie a cui pensare e poi, insomma, non sono nemmeno religioso!

La nostra attenzione è spesso catturata da pericoli reali o potenziali da affrontare e questo ha un vantaggio evolutivo. Se l’uomo delle caverne non fosse stato in grado di immaginare i peggiori scenari possibili non sarebbe probabilmente sopravvissuto ai pericoli della natura e oggi noi saremmo estinti.

C’è da dire però che spesso la nostra testa:

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Il primo colloquio dallo psicologo

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Diciamocelo, quando dobbiamo andare per la prima volta dallo psicologo, anche se si tratta di una cosa che abbiamo desiderato e scelto, un po’ di ansietta ci pervade. Dobbiamo andare a raccontare i fatti nostri a una persona con cui non abbiamo alcun tipo di legame e che magari dalle nostre parole deriverà chissà quali teorie sulla nostra personalità e sulla nostra infanzia! Ma insomma!

Ecco, non è proprio così. Lo psicologo è un professionista allenato all’ascolto attivo, il cui obiettivo non è fare assunzioni su chi siete o giudicarvi, ma semplicemente fare un pezzetto di strada con voi e sostenervi nel perseguimento dei valori che vi appartengono, senza cercare di plasmarvi sulla base dei suoi, di valori (ricordate la metafora delle due montagne?).

Tante belle parole, ma nella pratica? Che cosa ci dobbiamo aspettare quando varchiamo la soglia di uno studio di psicologia?

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Di psicologia e montagne

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L’immagine della montagna mi è particolarmente cara quando si parla del mio lavoro. O della mia vita, in verità. Ma soffermiamoci sul lavoro!

Russ Harris, psicologo tra i massimi esperti di ACT (Acceptance and Committment Therapy), quando spiega che cosa sia la psicoterapia propone la metafora delle due montagne: il terapeuta non è un essere umano speciale, privo di problemi e completamente risolto ma sta, come tutti, scalando la propria montagna. Dalla sua prospettiva però, riesce a vedere meglio che cosa capita nella montagna della persona che si è rivolta a lui. Può vedere, ad esempio, se c’è una valanga in arrivo o un sentiero alternativo da percorrere.

Non sa tutto, ha semplicemente una visuale più ampia sulle altre montagne. Quello che può fare la psicoterapia non è tanto velocizzare il viaggio (ché se la montagna rappresenta la vita, l’arrivo in cima rappresenta…be’…direi che è chiaro!) quanto aiutare a goderselo, questo viaggio!

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Ciao, io sono Arianna

e faccio la psicoterapeuta a Torino.

Il mio approccio è quello cognitivo-comportamentale, che parte dal presupposto che quando si sperimentano dolore e sofferenza spesso c’è disequilibrio tra emozioni, pensieri e comportamenti. Lavorare su ognuno di questi tre livelli offrirà l’opportunità di ritrovare l’armonia.

Per armonia non si intende l’eliminazione della sofferenza dalla propria vita, obiettivo ahimé irraggiungibile. Si tratta piuttosto di imparare a conoscere le proprie risorse personali, a individuare alcuni schemi di comportamento che mettiamo in atto ma che non ci aiutano a stare meglio, a usare le strategie più funzionali per attraversare le avversità senza venirne travolti.

In questo spazio virtuale mi piacerebbe poter parlare di psicologia e offrire spunti di riflessione, ma anche qualche consiglio pratico, su come utilizzarla per rendere la propria vita ricca, piena e significativa.

Arianna

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