Come (e perché) stare nel momento presente

Si parla spesso di quanto sia importante vivere il momento presente, il qui e ora. Se ci pensiamo, anche la saggezza popolare spinge molto su questo punto dicendoci, ad esempio, che non dobbiamo fasciarci la testa prima di rompercela. In effetti, preoccuparci per il futuro o ruminare sul passato raramente ci apporta qualche beneficio.

C’è da dire però che la società occidentale, anziché assecondare la saggezza popolare, ha spinto molto su concetti come produttività, efficienza, rapidità della performance. Concetti, questi, che non fanno che sbilanciare l’attenzione verso il futuro (le cose da fare), alimentando sensi di colpa sul passato (le cose che avremmo dovuto fare ma non abbiamo fatto). E disconnettendoci, in ultima istanza, da ciò che sentiamo e desideriamo.

Questa disconnessione, che sul breve termine può avere risvolti positivi, poiché ci protegge da vissuti dolorosi e disorientanti, sul lungo termine rischia di creare un gap incolmabile con i nostri valori e le nostre aspirazioni, alimentando emozioni sgradevoli.

Ma come si fa a stare nel momento presente? La mindfulness ci può venire in aiuto. Essa riguarda la capacità di portare la propria attenzione nel qui e ora in maniera consapevole e non giudicante. È stata portata nella nostra cultura da Jon Kabat-Zinn, medico statunitense che dopo un periodo trascorso in oriente, scoprendone i benefici, ha deciso di “esportarla” spogliandola dagli aspetti trascendentali.

Ciò che ci connette in maniera più rapida al presente sono i sensi. Essi infatti si nutrono degli stimoli che ci arrivano dall’ambiente.

Il radicamento, o grounding, ci offre l’opportunità di ricongiungerci con il nostro corpo, con l’ambiente che ci circonda e con il presente. Ci può quindi aiutare a divenire consapevoli delle nostre emozioni e di come si esprimono nel corpo, dei nostri pensieri e, infine, delle interconnessioni tra pensieri, emozioni, corpo e comportamenti.

Gli esercizi di radicamento, quindi, possono aiutare a:

  • calmare le emozioni;
  • schiarire la mente;
  • limitare le ruminazioni;
  • vivere nel qui e ora in maniera non giudicante.

Si tratta, in buona sostanza, di autorizzare le sensazioni fisiche a stare lì dove stanno, di concedere ai pensieri e alle emozioni lo spazio di cui hanno bisogno, di darsi la possibilità di cambiare (idee, comportamenti, etc.) anche sulla base dei feedback dei quali ci si mette in ascolto.

O ci si rimette in ascolto. Sì, perché i bambini sono naturalmente portati a vivere il momento presente. È proprio attraverso i sensi che scoprono il mondo e formulano ipotesi sul suo funzionamento.

Un modo veloce per radicarsi nel presente (siamo tutti consapevoli del fatto che “veloce” cozza con ciò che abbiamo detto fino ad ora, ma prendiamolo come un esperimento)? Proviamo a riempire il lavandino di acqua fredda, a immergervi le mani e a notare le sensazioni che ci arrivano, provando a percepire le variazioni di temperatura mentre le nostre mani restano immerse nell’acqua. Che cosa osserviamo? Che cosa pensiamo?

Prossimamente, nuovi consigli per riportare nel presente mente ed emozioni. Se vuoi iniziare subito, prova così!

Arianna

Riferimenti bibliografici

  • Harris, R. (2011). Act made simple. (Miselli, G., Zucchi, G., trans.) Oakland: New Harbinger Publications (original work published in 2009).
  • Kabat-Zinn, J. (2014). Full catastrophe living. (Sabbadini A. trans.). New York: The Bantam Deli Publishing Group (original work published in 2004).
  • Bulle, F. & Melli, G. (cur.) (2010). Mindfulness e acceptance in psicoterapia. Firenze: Eclipsi.

Di psicologia e montagne

L’immagine della montagna mi è particolarmente cara quando si parla del mio lavoro. O della mia vita, in verità. Ma soffermiamoci sul lavoro!

Russ Harris, psicologo tra i massimi esperti di ACT (Acceptance and Committment Therapy), quando spiega che cosa sia la psicoterapia propone la metafora delle due montagne: il terapeuta non è un essere umano speciale, privo di problemi e completamente risolto ma sta, come tutti, scalando la propria montagna. Dalla sua prospettiva però, riesce a vedere meglio che cosa capita nella montagna della persona che si è rivolta a lui. Può vedere, ad esempio, se c’è una valanga in arrivo o un sentiero alternativo da percorrere.

Non sa tutto, ha semplicemente una visuale più ampia sulle altre montagne. Quello che può fare la psicoterapia non è tanto velocizzare il viaggio (ché se la montagna rappresenta la vita, l’arrivo in cima rappresenta…be’…direi che è chiaro!) quanto aiutare a goderselo, questo viaggio!

La montagna ritorna anche in un’altra occasione (e forse in altre mille che un giorno conoscerò!). Una delle meditazioni più note tra quelle proposte da Jon Kabat-Zinn, colui che ha portato la mindfulness nella cultura occidentale, è proprio quella della montagna. La montagna è radicata, stabile, imperturbabile nonostante sia continuamente soggetta a mutamenti ed eventi atmosferici. Identificarsi con essa può aiutare ad affrontare le varie vicissitudini con consapevolezza.

La consapevolezza ha molto a che fare con il benessere psicologico: sapere che il dolore alle volte è inevitabile (si pensi ai lutti) ma anche che si può contare sulle proprie risorse e che la sofferenza, anche la più grande, non dura per sempre, può davvero aiutarci a vivere al meglio il nostro viaggio!

Arianna